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Ordine Libanese Maronita
Ordine Libanese maronita: un ordine proveniente dal Libano facendo parte della chiesa cattolica orientale, di tradizione Antiochena e di cultura siriaca. I maroniti sono un gruppo di cristiani che (...)
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San Stephano
 IL BEATO FRATEL ESTEPHÀN
 
    Introduzione
 
Scrivere la biografia del Beato fratel Estephàn Nehme, significa fare la storia di un monaco molto semplice della Chiesa Maronita, sempre innamorato di Dio, il cui sguardo lo seguiva in tutti i momenti della sua vita: “Dio mi vede”, egli diceva ad ogni istante. Fratello converso, uomo calmo, semplice, assiduo nella preghiera, devoto, generoso, grande benefattore, sempre sereno e mai triste, la sua vita si diresse sempre, già nella sua infanzia, verso la Santità Evangelica, alla quale il Signore chiama ogni battezzato.
Sì, caro lettore, ogni battezzato è chiamato a condurre una vita di santità, sia nel sacerdozio, sia nella vita monastica e religiosa consacrata totalmente a Dio, sia anche nella vita nel mondo, compresa la vita coniugale, come ci dice il nostro grande San Nimatùlla al-Hardini: “Ciascuno secondo la sua propria vocazione”. Certamente, gli uomini non seguono tutti una sola e medesima via, ma quella prescritta da Dio per ciascuno di noi. Sì, Dio chiama ed il battezzato risponde, ciascuno secondo la sua propria vocazione.
Inoltre, nella Chiesa di Cristo non sono mai mancate anime sante – consacrate o sposate – il cui esempio risveglia le coscienze e le cui virtù brillano in seno ad un mondo materialista ed utilitarista. Grazie a Dio, la nostra Chiesa del Libano ha avuto, per così dire, la sua parte di queste anime contemplative e generose che furono la sua vera gloria; soprattutto, San Charbel Makhlouf, San Nimatùlla al-Hardini, e Santa Rafqa al-Rayes. Ed adesso, un confratello di questi grandi santi è stato elevato sugli altari, il Beato fratel Estephàn Nehme: una nuova e bella stella comincia a brillare sulle cime della montagna libanese, per chiamarci a seguire, secondo il suo esempio, Cristo, nostra sola felicità in questo mondo, perché tutto il resto è “Vanità delle vanità, e tutto è vanità”, come ci dice la Santa Bibbia nell’Ecclesiaste (Eccle., 1, 2).
Questo libro che sfogli, caro lettore, non è, infondo, che un libro amico, che cerca di rendere vicina ad ognuno di noi, consacrati e laici, la figura del nostro nuovo Beato, o, piuttosto, il messaggio salvifico di Cristo che ci è stato presentato per mezzo di un essere amico, che ci ha abbagliati con la sua modestia e la sua vita semplice, ma tutta ricca di virtù evangeliche. Felici noi, se proveremo ad imitarlo, come ce lo domanda la nostra Madre, la Santa Chiesa, dichiarandolo Beato.
 
    Origine e Vita
 
Fratel Estephàn Nehme era nato a Lehfed, villaggio della montagna libanese, appartenente al distretto di Jbeil (Byblos), all’inizio del mese di marzo 1889. Ricevette il sacramento del battesimo ed il nome di Youssef (Giuseppe), il 15 marzo 1889. Sfortunatamente, in nessun registro ecclesiastico o civile viene menzionata la data esatta della sua nascita, ma, riferendoci alla data del suo battesimo, la possiamo dedurre. La tradizione di allora esigeva che il battesimo fosse celebrato l’ottavo giorno dopo la nascita, dato che fu battezzato il 15 marzo, possiamo concludere che era nato l’8 marzo 1889. Ha, poi, ricevuto il sacramento della confermazione e la prima comunione il 15 maggio 1896.
Il piccolo Youssef era il più giovane dei suoi fratelli, in una famiglia composta di quattro figli e due figlie.
Prestiamo attenzione al fatto che anche lui aveva lo stesso nome di battesimo di San Charbel e di San Nimatùlla Al-Hardini, ossia Youssef (Giuseppe) e quando entrarono nell’Ordine Libanese, il primo prese il nome di Charbel, il secondo, quello di Nimatùlla. Allo stesso modo, il nostro nuovo Beato, nell’Ordine, divenne fratel Estephàn, forse in memoria del suo defunto padre, che si chiamava Estephàn, o perché, nel suo villaggio di Lehfed, il patrono della chiesa era Santo Stefano.
Dopo aver perduto il padre all’età di 16 anni, nel 1905, il giovane Youssef si allontanò discretamente dalla casa paterna e si diresse al monastero dei Santi Cipriano e Giustina, a Kfifan, dove si presentò come candidato alla vita monastica. Fu ricevuto senza alcun problema, e, dopo una settimana, divenne novizio, adottando il nome di fratel Estephàn (Stefano). Il noviziato è la tappa principale, che dura due anni, prima di essere ricevuto definitivamente nell’Ordine Libanese Maronita. Suo fratello maggiore, molto inquieto, non tardò a recarsi da lui; andò al monastero di Kfifan per assicurarsi che, veramente, suo fratello fosse chiamato alla vita religiosa; lo supplicò di tornare con lui alla casa materna. Ma fratel Estephàn gli rispose: “Sono entrato in questo monastero e vi morirò”. Accertatosi della libera scelta del fratello nell'entrare nella vita monastica senza alcuna costrizione, tornò a casa sua a Lehfed.
Senza dubbio, dicendo a suo fratello “e vi morirò”, fratel Estephàn pensava che sarebbe morto un giorno essendo membro dell’Ordine Libanese Maronita, ma ci si può domandare se egli non avesse preveduto anche, inconsciamente, il luogo della sua dipartita da questo mondo verso l’eternità, poiché morì, come vedremo, in quello stesso monastero di Kfifan.
Al termine dei due anni di noviziato, periodo preparatorio, prima di impegnarsi definitivamente nella vita monastica, il 23 agosto 1907, fratel Estephàn pronunciava i suoi voti di obbedienza, castità e povertà e divenne religioso, membro dell’Ordine Libanese Maronita.
Una volta professo, fratel Estephàn fu chiamato dalle autorità dell’Ordine ad essere frate converso, poiché si era visto, durante il noviziato, che amava i lavori manuali, nei quali eccelleva, già quando ancora si trovava alla casa paterna in particolare, come falegname e lavoratore nei campi, rivelandosi sempre un uomo ben piantato e molto robusto. Era per questo che non faceva che passare da un monastero all’altro, secondo le direttive dei suoi superiori: al monastero di Kfifan, poi al monastero della Madonna di Mayfouq, poi al monastero di San Challita (Artemio) di Qottarah, e, in seguito, al monastero della Madonna del Soccorso a Jbeil (Byblos) dove risiedeva allora l’Autorità Suprema dell’Ordine. Sembra che sia anche stato inviato, per un certo tempo, al monastero di Sant’Antonio di Houb.
Nel 1938, scoppiò un conflitto fra il monastero di Mayfouq ed i suoi mezzadri, che reclamavano il possesso di alcuni terreni appartenenti, di fatto, al monastero. Fratel Estephàn, che conosceva perfettamente i luoghi, fu inviato in quel monastero per mettere fine al conflitto. Grazie alla sua intelligenza e alla sua retta coscienza riuscì nell'intento. Si, mise fine al conflitto, ma questa missione mise anche fine, sfortunatamente, alla sua vita, poiché, rientrato da Mayfouq al monastero di Kfifan, della cui comunità faceva parte, si sentì molto affaticato a causa del calore bruciante del mese d’agosto, ed ebbe un malore, seguito da una forte febbre, un’emorragia cerebrale mise fine alla sua vita. Morì il 30 agosto 1938.
 
    Conservazione del corpo
 
Il giorno seguente, dopo la preghiera mortuaria, fratel Estephàn fu sepolto nella tomba del convento, ma quando, nel 1951, un altro religioso fu sepolto nello stesso cimitero, si constatò che le spoglie di fratel Estephàn erano rimaste intatte e perfettamente conservate nel cimitero comune del monastero. Ascoltiamo quel che ha raccontato il superiore, padre Toubiya Ziade, nel diario del monastero, sezione necrologia, descrivendo la spoglia di fratel Estephàn e la maniera in cui fu trasportata da un cimitero ad un luogo riservato:
“In occasione dell’apertura delle tombe, per seppellire il defunto padre Youssef Sourati, abbiamo trovato un cadavere intatto, con un aspetto che ispirava rispetto e venerazione. Era il corpo di un monaco, morto nel fiore dell’età, con una barba piuttosto nerastra che biancastra, ad eccezione di qualche pelo davanti al labbro inferiore. Due mani flessibili, due occhi chiusi, abiti che non sono né attaccati dai vermi, né imputriditi. Li abbiamo esposti al vento, credendo che si sarebbero polverizzati al contatto con l’atmosfera esterna, ma niente li intaccava: il loro aspetto divenne ancor più venerabile e candido. Tutto il vicinato venne a conoscenza di questo avvenimento e la gente accorse sollecitamente per ottenere la sua benedizione, ma il superiore del monastero proibì che lo si mostrasse all’esterno, e proibì la visione ugualmente a tutti quelli che venivano a guardarlo all’interno della tomba. Chiuse bene la tomba e ne collocò la chiave nella propria stanza. Il cadavere è quello di fratel Estephàn Nehme al-Lehfedi, che morì il 30 agosto 1938. Fu esumato il 10 marzo 1951”.
 
    L’uomo di preghiera
    
La vita quotidiana del monaco libanese maronita era –e resta sempre – divisa fra la preghiera ed il lavoro, sia manuale che intellettuale, secondo l’adagio conosciuto nella Chiesa universale: “Ora et Labora”. Il nostro Beato ha condotto una vita di preghiera e di lavoro contemporaneamente. È stato anche conosciuto come “un uomo di preghiera”, in conformità con le regole e le costituzioni dell’Ordine Libanese Maronita, secondo le parole di Cristo nel Suo Santo Vangelo: “Pregate senza interruzione”, ed in conformità con quello che ci dice San Paolo: “Tutto quello che fate, fatelo per la gloria di Dio”; in questo modo, tutto quello che fa il battezzato, diventa veramente una preghiera. Se ogni battezzato deve essere assiduo alla preghiera, altrimenti, non è un cristiano, a maggior ragione ogni consacrato, sacerdote o monaco, deve pregare senza interruzione, altrimenti non è più né monaco né sacerdote, poiché ogni persona consacrata deve essere “uomo di preghiera” in una maniera particolare. È per questo che possiamo dire che il monaco, sia in Oriente che in Occidente, è veracemente monaco se è veramente uomo di preghiera. In effetti, il nostro nuovo Beato, fratel Estephàn, a partire dalla sua infanzia, non ha cessato di essere un uomo di preghiera. È stato allevato in una famiglia praticante, di cui tutti i membri recitavano il rosario e le litanie della Santa Vergine, e portavano in processione la sua immagine. In questo modo, con la sua crescita fisica, cresceva anche, nel suo cuore, l’amore per Dio e per la Santa Vergine, come hanno testimoniato tutti coloro che l’hanno conosciuto…Inoltre, “il piccolo Youssef” si recava sempre, durante la giornata, al santuario di San Saba, dove si inginocchiava e pregava, soprattutto quando andava a far pascolare le mucche nei prati. Insomma, il nostro nuovo Beato, fratel Estephàn, prima del suo ingresso in monastero, aveva mostrato di essere una persona pia, onesta e corretta. A partire dalla sua infanzia, non smise mai di ripetere sempre: “Dio mi vede”: non viveva che sotto lo sguardo di Dio. Ciò che ci dimostra che era veramente chiamato a seguire Cristo, consacrandosi a lui nella vita monastica.
 
    Le sue virtù
    
La pietà: La prima virtù che abbiamo notato nel nostro Beato, è che a partire dalla sua infanzia e fino alla sua morte è stato“un uomo veramente pio”. È per questo che il primo messaggio che fratel Estephàn rivolge, a ciascuno di noi e a tutti, è: “pregate senza interruzione”, come il Signore ci domanda nel Suo Santo Vangelo.
Durante la sua vita come monaco, tutti coloro che lo incontravano, percepivano la presenza della preghiera e della virtù nella sua persona e nel suo modo di presentarsi. Incontrarlo, dicevano, era incontrare l’uomo della verità evangelica, della delicatezza umana, della gentilezza attraente, dello spirito fine, del sorriso amichevole e fraterno, e, soprattutto, aggiungevano, l’uomo di preghiera, di quella preghiera di cui non si dispensava mai: perfino il suo lavoro era una preghiera. Perfino quando non parlava, aveva l’aria di pregare. A volte cantava : “O Cuore redentore di tutti”, un inno maronita, e ripeteva senza interruzione: “Dio mi vede”.
Al monastero, prima che tutti si alzassero, al mattino, era già in chiesa e vi restava fino a quando tutti i suoi confratelli erano partiti per i loro compiti, andava a lavorare nei campi, e a mezzogiorno, quando l’Angelus suonava al monastero, si fermava nel suo lavoro, si metteva in ginocchio, perfino a volte sui sassi, e domandava a coloro che lavoravano con lui di recitare insieme l’Angelus, Ritornato dai campi, entrava direttamente nella chiesa del monastero per salutare ed adorare per qualche minuto il Santissimo Sacramento. Dopo la visita al Santissimo Sacramento, rendeva visita ai suoi confratelli, quelli che erano ormai di una certa età o malati; serviva i vecchi con amore, ad uno dava da bere, ad un'altro puliva la camera, e riportava il sorriso su un viso triste o malato. Il suo gesto, era veramente vivere “l’amore di Dio” e “l’amore del prossimo”.
 
L’Amore di Dio: Il suo Amore di Dio era totale e perfetto. Egli, lasciando la casa paterna ed entrando in monastero, si è donato totalmente, corpo, cuore ed anima, a Dio, in modo tale che, notte e giorno, il suo cuore non batteva che per lodare il Signore, assiduo sempre alla conversazione con Dio.
 
L’amore per il prossimo: Nel Santo Vangelo secondo Marco (12, 28), ci viene detto che uno degli scribi domandò a Cristo: “qual è il primo di tutti i comandamenti? Gesù rispose: il primo, amerai il tuo Dio con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutto il tuo spirito, e tutta la tua forza. Ed ecco il secondo: amerai il tuo prossimo come té stesso. Non ci sono comandamenti più grande di questi”. In effetti, fratel Estephàn ha applicato alla lettera, per tutta la sua vita, soprattutto monastica, tutto quello che Cristo ci ha detto nel Suo Santo Vangelo, e l'amore per il prossimo era una delle qualità essenziali del nostro Beato. Durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), la fame e la carestia si diffuse nel paese, e fratel Estephàn, trovandosi allora al monastero della Madonna di Mayfouq e sorvegliando i campi del monastero, si accorse che la carestia aveva colpito un buon numero di contadini associati al monastero. Allora, prese a condividere con loro “il suo pane quotidiano”. Faceva perfino il giro delle case, radunava i bambini e li portava al monastero, per nutrirli col latte delle mucche e col pane. Un giorno, entrando in una di quelle case, trovò la madre morta, ed il neonato che cercava di succhiare il seno, ma inutilmente. Allora, commosso e tra le lacrime, prese il bambino nelle sue braccia e lo salvò da una morte certa. Amava molto gli operai che lavoravano con lui; a volte, perfino, lavorava al loro posto perché si riposassero e qualche volta, andava a raccogliere dell’uva e la offriva loro. Per questo motivo, le buone relazioni che intratteneva con gli altri, ed il suo affetto per gli operai ed i mezzadri del monastero, spinsero questa gente ad attaccarsi a lui sempre di più ed a rispettarlo, poiché tutti vedevano in lui il monaco che aveva riposto la sua speranza in Dio, che pregava senza tregua, e che lavorava assiduamente, senza mai lamentarsi, né brontolare. Era talmente buono con quelli che lavoravano con lui, che vedeva in ognuno di loro l’immagine di Cristo, segno del “suo amore per il prossimo”!
 
La sua Spiritualità: Parlare della spiritualità del Beato fratel Estephàn Nehme richiederebbe di pubblicare tutto un volume, per poter dare un’idea più esatta di questa virtù che è stata, in lui, molto profonda. Per il momento, contentiamoci di ricordare che fratel Estephàn Nehme rimase molto edificato dalla vita di San Charbel Makhlouf, l’eremita, e dalla vita di San Nimatùlla al-Hardini, suoi confratelli, per i quali provava molto rispetto. La sua spiritualità, tuttavia, è stata secondo l’esempio di quella di Santa Teresa del Bambin Gesù. Egli ha preferito, a quel che sembra, seguire i passi di questa giovane carmelitana, per non pretendere d’identificarsi con i nostri due grandi santi dell’Ordine, né di avere la loro grande fama. Ha preferito piuttosto sottrarsi agli occhi del mondo, seguendo la luce di Cristo in una vita spirituale e del tutto semplice e ben nascosta: quella luce di Cristo che dissipa le tenebre, appiana le difficoltà, rialza i deboli, aiuta a sormontare le tentazioni, da coraggio a coloro che ne sono poveri. La luce di Cristo è stata alla base della sua spiritualità e della sua santificazione. È per questo che la sua spiritualità si irradiava dovunque si trovasse, e non cessa di irradiarsi nella nostra Chiesa ed in Libano.
    
    I suoi voti monastici
    
L’Obbedienza: Il nostro Beato è stato riconosciuto da tutti come un monaco totalmente obbediente ai suoi superiori, cosicché tutti i superiori dei monasteri lo richiedevano come membro delle loro comunità. Anche nella sua famiglia, era stato un ragazzo docile, obbediente ai suoi genitori ed ai suoi fratelli maggiori; faceva la gioia dei suoi genitori, grazie alla sua pietà ed alla sua buona condotta. Dunque, mai fratel Estephàn ha rifiutato di obbedire, quale che fosse l’ordine che gli era stato dato; al contrario, è stato sempre un modello di monaco obbediente. Del resto, l’Abate Generale dell’Ordine, Ignazio Dagher al-Tannouri, ha testimoniato a favore del nostro beato, dicendo: “Ho conosciuto fratel Estephàn come professo e come monaco, quando ero superiore generale. Ho riconosciuto in lui il vero spirito monastico. Era esemplare nell’osservanza dei suoi voti monastici: l’obbedienza, la castità e la povertà. Era intelligente, affabile e saggio. Era obbediente ai suoi superiori”. Questa testimonianza del defunto Padre Abate al-Tannouri, che è stato, per come noi l’abbiamo conosciuto, “un uomo di Dio” e morì “in odore di santità”, vale per mille!
 
La Castità: Per il voto di castità, il monaco si impegna ad evitare, durante tutta la sua vita, ogni atto, ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero contrari alla virtù della purezza, poiché il suo cuore – che Dio ha creato per amare – il suo cuore, dunque, per il voto di castità è stato donato totalmente e definitivamente al Signore, in modo tale che il monaco non può più amare una persona umana secondo la carne, ma solo spiritualmente. In altre parole, il monaco si impegna ad amare Dio con tutto il suo cuore, e ad amare anche, con tutta l’anima, tutti gli altri. In questo modo, l’amore secondo la carne, che è in principio buono e naturale, si trasforma totalmente in un amore cristiano e soprannaturale. Con il sacramento divino del matrimonio, il marito e la sua sposa si amano totalmente e partecipano con Dio alla creazione generando corporalmente dei figli, mentre il monaco, grazie al voto di castità, si impegna a creare, insieme a Dio, figli spirituali. Inoltre, una coppia umana non può avere che un numero limitato di figli, ma il consacrato può avere centinaia e migliaia di figli spirituali che egli ha condotto a Dio. Notiamo che il nuovo Beato, papa Giovanni Paolo II ha “partorito”, nella Chiesa di Cristo, milioni e milioni di figli spirituali, figli che ha amato e figli che l’hanno amato con tutto il cuore. I suoi figli spirituali - soprattutto i giovani – non cessano, dopo la sua morte, di accorrere al Vaticano per pregare sopra la sua tomba. È per questo che il voto di castità, ben vissuto, non è mai stato una “spersonalizzazione” dell’essere umano; al contrario, a somiglianza del voto di obbedienza ben vissuto, conduce il monaco a godere di una “sovrapersonalizzazione” e di una libertà, ambedue autentiche.
 
La Povertà: Il voto di povertà esige dal monaco che tutto quello che possiede, tutto quello che fa, tutto quello che riceve, denaro o altro, sia proprietà del suo Ordine. Così fu per fratel Estephàn, che non possedeva niente di proprio. Non cessava di ripetere che tutto quello che faceva, tutto quello che aveva fra le mani, apparteneva all’Ordine. Lavorava senza tregua nei campi e nel monastero, e non cessava di dire che tutto ciò che faceva, era secondo la volontà di Dio, secondo la volontà dei suoi superiori e mai per sé stesso. Fratel Estephàn Nehme, obbediente, casto, povero, umile, pio, docile, amabile, generoso, lasciò questo mondo tutto contento di aver sempre compiuto, a partire dalla sua infanzia, la volontà di Dio sotto il suo continuo sguardo, ed adesso, nella Chiesa di Cristo, diviene Beato, vale a dire, un modello di vero cristiano, di vero monaco, che la Chiesa ci presenta e ci domanda di imitare nella nostra vita cristiana e religiosa quaggiù, per godere un giorno, a suo esempio, della Beatitudine Celeste.
 
    I miracoli
 
Molte persone malate hanno visitato la tomba di fratel Estephàn, implorando la sua intercessione per essere guariti, ed il Signore li ha veramente guariti, sia della malattia dell’occhio, che di quella dell’orecchio, o del piede…Noi ci fermiamo su un solo miracolo, accordato da Nostro Signore per intercessione del nostro nuovo beato: il caso di suor Marina Nehme, nipote di fratel Estephàn, la cui guarigione miracolosa è stata alla base della sua beatificazione.
 
    Il caso di suor Marina Nehme
 
Suor Marina Nehme nacque il 20 settembre 1915 e fu battezzata il 20 settembre 1920. Entrò nel monastero di San Giuseppe di Jrabta, dell’Ordine Libanese Maronita, il 4 maggio 1939 e pronunciò i suoi voti il 14 maggio 1941. Ascoltiamo la sua attestazione:
“Ho sofferto molto durante sette anni. Avevo il cancro, secondo il Dottor Roger Kass'a, che mi ha fatto fare le radiografie e gli esami necessari all’ospedale di Batroun. Nel corso dei due ultimi anni prima della mia guarigione, non potevo muovermi, e stavo tutto il tempo a letto. Le suore mi hanno procurato una sedia a rotelle. Quando sono venuta a sapere che il corpo di fratel Estephàn era ancora in buono stato di conservazione, ho domandato che mi portassero dell’acqua dalla sorgente scoperta da fratel Estephàn. Appena l’ho bevuta, mi sono sentita bene e sono guarita. Ho consultato il Dottor Kass'a, che mi ha detto: “Non è una cosa naturale: voi siete guarita. È un intervento divino”.
Avevo domandato a mia sorella di darmi l’acqua. L’ho bevuta, poi mia sorella mi ha lavato con essa. Mi sono sentita bene e, in meno di una settimana, ero leggera come un uccello. Ritengo che sia fratel Estephàn che mi ha guarita. È un miracolo divino, a dire dello stesso medico. La mia guarigione ha avuto luogo alla fine dell’estate 1984. Da allora, non prendo più medicine. L’acqua della Sorgente del Tasso è stata la mia vera cura, che mi ha permesso di ottenere la grazia di essere guarita per intercessione di fratel Estephàn. Dopo la mia perfetta guarigione, ho ripreso le mie attività nel monastero: lavoro nella cappella, faccio le pulizie e mi occupo di tutto. Ricamo i paramenti per la messa e preparo le “benedizioni”".
 
 
 
***
 
Per terminare, caro lettore, non potrei mai dimenticare quel che Papa Giovanni Paolo II, non smetteva di ripetere a noi vescovi: “L’uomo di questo secolo è più sensibile ai testimoni che agli eruditi”. Il Beato Fratel Estephàn Nehme è, per noi tutti, consacrati o laici, uno di quei testimoni di Cristo di cui parlava Sua Santità il Papa, poiché è sempre stato un uomo di preghiera, un servitore sincero per Dio e per il prossimo, una persona che viveva tutta la giornata – e la notte – “faccia a faccia con Gesù”. Anche noi, consacrati e battezzati laici, per la grazia, per l’intercessione del nostro nuovo Beato, per un atto di volontà ferma da parte nostra, potremo, a suo esempio, seguire Cristo ed essere sempre testimoni del suo Vangelo nel nostro mondo che è tanto perturbato.
Sì, caro lettore, i santi hanno sempre qualcosa da dire! Felici coloro che li ascoltano!
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