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Ordine Libanese Maronita
Ordine Libanese maronita: un ordine proveniente dal Libano facendo parte della chiesa cattolica orientale, di tradizione Antiochena e di cultura siriaca. I maroniti sono un gruppo di cristiani che (...)
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Santa Rafka
  
 Introduzione
 
Leggere la vita di suor Rafqa (Rebecca) al-Choboq al-Rayes, monaca libanese maronita, beatificata il 17 novembre 1985 e canonizzata il 10 giugno 2001, significa vedere come si possa vivere la sofferenza con gioia.
Sicuramente non è facile sapere come soffrire e poter soffrire; qui sta tutta la pedagogia cristiana. Non è facile mostrare il sorriso quando il corpo è completamente distrutto e le membra sconnesse. È una vita totalmente basata sulla fede in Colui che ha scelto la Croce per salvare questo mondo. Infine, non è affatto facile per un essere umano conservare la calma interiore ed avere permanentemente un viso radioso quando la vita diventa un’eterna notte e quando il sonno non viene che raramente.
Bisogna aver avuto in dono uno spirito creativo, perché, se si arriverà a convivere con la sofferenza umana, si diventerà i creatori della gioia e della felicità.
Orfana e consacrata a Dio nella vita monastica e vivendo il martirio per decenni: questa fu la vita di Santa Rafqa, la cui esistenza fu tutta una difficile prova, dalla nascita fino alla morte. Una vita di dolori può essere triste, senza alcun conforto umano o divino, oppure diventare una vita felice, sorgente di ogni consolazione. La nostra Santa è fra coloro che seguirono Cristo e parteciparono alla sua sofferenza sulla croce. Invece di essere triste e senza consolazione, suor Rafqa trasformò la sua sofferenza continua in una gioia continua. Per questo motivo, pubblichiamo questa biografia, come regalo per coloro che cercano, nella sofferenza, la gioia, in questa “valle di lacrime”.
 
     Origine
 
Suor Rafqa nacque, nel 1832, a Himlaya, un villaggio maronita nella montagna libanese, a 700 metri d’altitudine, nella zona centrale del Libano. Era libanese e membro del ramo femminile dell’Ordine Libanese Maronita. Suo padre si chiamava Mrad Saber al-Choboq al-Rayes, e sua madre, Rafqa Gemayel. Abbiamo poche informazioni sulla sua famiglia, perché il suo villaggio fu saccheggiato durante i fatti di cruenti che ebbero luogo nel XIX secolo e, in particolare nel 1860, al tempo del genocidio dei Cristiani e dei Maroniti. Sappiamo che nacque nel 1832 e che il suo nome di battesimo era Butrossieh (Piera). Sua madre morì quando aveva sette anni, privandola della dolcezza materna, questo fu il primo evento che segnò il suo tenero cuore. Suo padre, vedovo, si risposò ben presto. La presenza di una matrigna che non mostrava l'affetto di cui necessitavano, fu accolta con amarezza dai bambini, e ben presto rese loro un'infazia difficile. Ma Butrossieh ricorse alla sua Madre celeste, che diventò anche la sua madre terrena. Sua madre, prima di morire, le aveva impartito un'educazione al tempo stesso cristiana ed umana, una profonda devozione alla Santa Vergine: le aveva trasmesso l'amore per le preghiere, in particolare per quelle del mattino e della sera, e per gli atti di pietà. Come la madre, così la figlia: Butrossieh fu una ragazza pia e ben educata.
Durante l’adolescenza, Butrossieh si rese conto del fatto che il Libano attraversava momenti molto difficili. Gli avvenimenti si susseguirono rapidamente: la guerra civile del 1840, del 1843 e del 1845. Le dispute nella regione ed i combattimenti nel paese causarono delle gravi difficoltà economiche al popolo Libanese. Per aiutare suo padre, Butrossieh lavorò come domestica, a Damasco, in casa di Ass'ad al-Badawi e di sua moglie Helena. Il capofamiglia era un uomo onesto e profondamente cristiano; proveniva da Baabda, in Libano, ma, in seguito, si stabilì, con la sua famiglia, a Damasco. Butrossieh partì con loro e vi rimase per tre anni. Secondo la famiglia al-Badawi, lei era “il modello della pietà, della lealtà e della purezza”.
 
     Vocazione religiosa
 
A quattrordici anni, suo padre le domandò di rientrare in famiglia, volendo spingerla a sposarsi. Questa idea, tuttavia, fu assolutamente rifiutata dalla nostra santa. Più di un pretendente si presentò per Butrossieh, la cui bellezza esteriore era paragonabile alla sua bellezza interiore. Sentì ben presto, nel profondo del cuore, la voce del Signore che le chiedeva di seguirLo. Un giorno, un giovane del villaggio la incontrò e le domandò: “Dove possiamo vederci?”. Ella rispose: “Accanto alla chiesa” (si tratta di un’espressione libanese che significa - al cimitero - poiché il cimitero era sempre accanto alla chiesa). Con questa frase, intendeva che si sarebbero potuti vedere solo dopo la morte. In seno alla sua famiglia, nacque un profondo conflitto in quanto: la sua matrigna voleva che si sposasse con suo fratello, e la sua zia materna voleva darla in moglie suo figlio. Antipatia e avversione sorsero fra le due. Un giorno, mentre Rafqa attingeva l’acqua, sentì la sua matrigna e sua zia scambiarsi insulti a causa sua. Rimase così scossa e affrana per i continui litigi che pregò Dio di aiutarla ad uscire da quella situazione. Ben presto pensò di ritirarsi in una vita religiosa. Giunta al suo ventunesimo compleanno, andò, senza esitazione, al convento della Madonna della Liberazione a Bikfaya. Questo convento apparteneva alla Congregazione delle suore Mariamite (del Sacro Cuore di Maria), ed era stato fondato, nel 1853, da Giuseppe Gemayel (un sacerdote diocesano) e dai Padri Gesuiti che oltre all'appostolato si occupava dell'educazione delle fanciulle libanesi.
Fu così che Butrossieh lasciò tutto per seguire il Signore. Suo padre alla notizia della sua scelta, andò su tutte le furie e si recò al convento delle Mariamite con sua moglie, per ricondurla a casa. Ma fu invano. Si rifiutò perfino di parlargli, malgrado l’insistenza della madre superiora, alla quale dichiarò: “Preferisco che mia madre (intendendo la sua madre naturale) mi chiami dove sta lei, piuttosto che uscire da questo convento”; le spiegò, poi, che la donna che accompagnava suo padre era la sua matrigna, e che sua madre era morta. Suo padre tornò a casa e non la rivide mai più. La sua entrata in convento rappresentò per lei la partenza dal mondo e dalle persone care, compreso suo padre.
 
     Professione religiosa
 
Dopo essere stata postulante per un anno il 9 febbraio 1855, per la festa di San Marone, fu ammessa nel noviziato. Trascorse un anno e mezzo a Bikfaya, poi fu trasferita al convento di Ghazir, seminario patriarcale maronita, fondato il 2 febbraio 1846, ed affidato ai Padri Gesuiti. Rimase lì, prima come novizia, poi come suora professa per sette anni, preparando da mangiare per i seminaristi. Fra loro, a quel tempo, c’era Elia Houwayek, che diventò più tardi patriarca. Dopo il lavoro, studiava l’Arabo, la calligrafia e la matematica. Pronunciò la sua professione religiosa a Ghazir, nel 1856, prendendo il nome di Rafqa, il nome della sua madre naturale.
Nel 1860, fu trasferita a Deir-al-Qamar, per aiutare le altre suore ed i Padri Gesuiti nell’educazione e formazione dei bambini. Là visse il dramma del genocidio dei Maroniti, “durante il quale, i persecutori strapparono i bambini dalle braccia delle madri e massacrarono gli uomini sulle ginocchia delle mogli, con martelli e strumenti di tortura”. La nostra Santa poté salvare un bambino, nascondendolo nel suo abito, e difenderlo dalla crudeltà e dalle barbarie di coloro che lo inseguivano. Durante questi massacri, le religiose Mariamite che si trovavano sul posto si nascosero nella stalla. Suor Rafqa rimase turbata da questi massacri al punto che le venivano le lacrime agli occhi ogni volta che qualcuno gliene parlava.
Dopo aver trascorso due anni a Deir-al-Qamar, fu inviata, con altre Mariamite, nella città di Jbeil (Byblos) per insegnare alle ragazze. Lì rimase un solo anno, in seguito i superiori la mandarono a dirigire una scuola femminile al villaggio di Ma’ad. Vi trascorse sette anni. Viveva nella casa di un notabile del villaggio, Antoun ‘Issa, un uomo molto ricco, cristiano praticante e grande benefattore. Era sposato, ma non aveva figli e viveva con sua moglie nel timor di Dio. La nostra santa rimase in casa loro conducendo la stessa vita  che faceva con le suore sue compagne.
Nel 1871, la Congregazione delle Mariamite di Bikfaya e quella delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù di Zahle furono sciolte per avere rifiutato di unirsi in una sola Congregazione. Il loro scioglimento fu voluto dai Gesuiti, da cui dipendevano. Molte suore tornarono nel mondo, nella speranza di poter un giorno ritornare nelle loro Congregazioni, ed altre furono ricevute in altre istituzioni. Dopo alcune negoziazioni, i superiori della Compagnia di Gesù decisero di riesaminare la decisione presa. Il noviziato fu riaperto il 13 novembre 1884 e le due Congregazioni furono fuse in un’unica istituzione, sotto il nome di “Congregazione dei Santi Cuori di Gesù e Maria”.
 
 
     Vita monastica
 
Dal momento in cui la sua Congregazione fu dissolta, suor Rafqa si trovò sola, senza alcun sostegno. Si sentì completamente disorientata. Per far fronte a quella situazione difficile, si recò alla chiesa del villaggio di Ma’ad ed implorò l’aiuto del Signore per sapere quale era la Sua volontà. Per ispirazione divina, partì dirigendosi al monastero di San Simone, nel villaggio di Aitou, per intraprendere la vita monastica, dopo essere stata una suora insegnante. Aveva 39 anni. Fu ricevuta nel noviziato il 12 luglio 1871 e pronunciò i voti solenni il 25 agosto 1873. Si disse che doveva essere la sposa di Cristo per l’eternità. Tutta la sua vita fu di una esemplarità senza pari.
         
    Partecipazione alla passione di Cristo
 
Suor Rafqa stava bene. Non lamentava nessuna malattia. Dopo essere diventata una contemplativa, volle con tutto il cuore partecipare alle sofferenze di Cristo. Il suo desiderio fu esaudito la prima domenica di ottobre, festa del Rosario, del 1885. Quel giorno, rivolse a Dio questa preghiera: “O mio Dio, perché sei distante da me e mi hai abbandonata? Tu non mi visiti con la malattia! Mi hai abbandonata?”. Quella notte, mentre si preparava a dormire, sentì un dolore intenso nella testa. Poi il dolore arrivò agli occhi. E fu così che la passione di suor Rafqa cominciò. La superiora la mandò a Tripoli, a Ser'el ed a Batroun, ma nessun medico fu capace di alleviare le sue immense sofferenze. In seguito, fu inviata a Beyrouth. Lungo la strada, si fermarono a Jbeil, per passare la notte nella residenza San Giovanni-Marco, che appartiene all’Ordine Libanese Maronita. Il superiore, padre Stefano Sacre, chiamò un medico americano che si trovava in città. Dopo averla auscultata, espresse la necessità di un intervento chirugico all'occhio destro, perchè solo così sarebbe guarito, garantendo inoltre che l'altro occhio sarebbe rimasto illeso dall'intervento. Domandò a suor Rafqa di sedersi e, senza alcuna anestesia, introdusse uno scalpello lungo e puntuto nel suo occhio e lo tirò verso il petto. L’occhio fu completamente strappato e cadde palpitando ancora per terra davanti a lei. Santa Rafqa gli disse con calma: “Sono in comunione con la passione di Cristo! Che Dio guardi le vostre mani, dottore! Che Dio vi ricompensi”. Ed il sangue sgorgò abbondantemente. Solo Dio sa il dolore che ella provò in quel momento. Malgrado tutto ciò, non gridò, non rimase sconvolta, e pronunciò solamente parole tranquillizzanti. Prima di lasciare la residenza San Giovanni Marco a Jbeil, domandò al padre Stefano, il superiore, se aveva pagato il medico. Egli rispose: “È lui che deve ripagare te per averti tolto l’occhio! Se n’è andato e non tornerà più, dopo tutto quello che gli ho detto”. L’indomani mattina, suor Rafqa si recò a Beyrouth, per cercare di curare l’occhio perduto. Si fermò nella casa delle Figlie della Carità. I medici arrestarono il sanguinamento dell’orbita del suo occhio e cercarono di alleviare il dolore dell’occhio sinistro. Tornò al monastero di San Simone, soffrendo di dolori atroci, senza tuttavia, lamentarsi e in seguito, divenne completamente cieca.
Nel 1897, suor Rafqa, con altre cinque suore, fu trasferita al monastero di San Giuseppe a Jrapta, di nuova costruzione. Là, soffrì di un gran dolore ai piedi, come se delle punte di lancia li pungessero, sopportando un dolore alle caviglie, come se fossero state lacerate. Questa malattia, più tardi, invase tutto il suo corpo. Perdette peso e divenne sempre più magra. Il suo aspetto, tuttavia, era sempre sereno. Ma alla fine rimase totalmente immobilizzata e tutte le sue membra furono slogate e sconnesse ad eccezione delle mani. Sopportò tutte queste tribolazioni intense con pazienza, ringraziando Dio per il dolore, e abbandonandosi alla Sua Volontà Santa. Il sorriso non abbandonò mai le sue labbra; pace e serenità erano sempre nel suo cuore. Per questa ragione, le altre suore si contendevano il compito di aiutarla, fino al giorno in cui rese l’anima a Dio nel 23 marzo 1914.
 
    La morte
 
Ad ogni vita, la sua fine. I Cristiani credono nella resurrezione e nell’eternità. Tuttavia, il passaggio dalla vita terrena alla vita eterna non è facile. Per molte persone, questo momento è spaventoso, poiché tutti gli esseri umani muoiono una sola volta. È per questa ragione che nessuno può spiegare la morte o descrivere questo momento della vita o questo “salto nel vuoto”. Il credente, però, sa bene che questo passaggio non è un “salto nel vuoto”, ma il passaggio da una vita momentanea ad una vita eterna. Perché non sia orribile, l’essere umano deve compierlo con calma ed in serenità, dopo aver assolto a tutti i doveri verso Dio, verso il suo prossimo e verso sé stesso; dopo aver evitato il male e cercato di fare il bene, e dopo aver portato la propria croce, la propria sofferenza, con e per Cristo! È allora che la morte diventa più calma e molto dolce. Fu così la morte di Santa Rafqa: lei morì come i giusti. Quando la superiora gli domandò: “Hai paura della morte?”, rispose sorridendo: “No, non ho paura della morte che aspetto da molto tempo, perché, quando morirò, Dio mi darà la vera vita”. Dopo aver ricevuto il viatico, la superiora le domandò: “Che desideri ancora, mia cara?”. E lei rispose: “Che le suore mi leggano il libro Le glorie di Maria e La preparazione alla morte”. Seguì attentamente ogni frase.
Al tramonto del sole, prima di morire, domandò perdono alle suore, che avevano cominciato a piangere. Poi, domandò un’ultima assoluzione al cappellano e si mise a ripetere: “Gesù, Maria e Giuseppe, vi dò il mio cuore ed il mio spirito. Prendete la mia anima”. Quattro minuti dopo, la sua anima fu innalzata presso Dio, per essere ricompensata delle sofferenze che aveva subito durante tanti anni. Coloro che la videro quel giorno, affermarono: “Era come se si riposasse in un sonno calmo e tranquillo; una luce illuminava il suo viso ed un sorriso era impresso sulle sue labbra”.
Morì il 23 marzo 1914, nel monastero di San Giuseppe a Jrapta. Il suo corpo fu esposto per due giorni nella cappella, e la gente diceva: “Guardate, è come se fosse addormentata, non morta”. La bara era semplice, e più semplice ancora fu la sua inumazione nello stesso monastero. Guardando la sua tomba ci sovviene in mente la frase: “per la piccola gente, grandi monumenti; per le grandi personalità, una semplice tomba”. Senza alcun dubbio, Santa Rafqa fu una grande personalità nella Chiesa di Gesù, e lasciò un segno nel suo tempo e nel suo paese.
 
    Le virtù
 
Butrossieh era pia e semplice, nella casa di suo padre. Nel convento delle Mariamite e, più tardi, nei monasteri dell’Ordine Libanese Maronita, suor Rafqa acquistò tutte le virtù cristiane, umane e monastiche e le praticò con eroismo.
Aveva consacrato la sua vita alla preghiera ed al lavoro: “Ora et labora”. Sia lavorando, che spostandosi e soffrendo con dolore, non smetteva mai di pregare. Recitava il Rosario ogni giorno, perché provava una grande devozione per la Madonna. Dopo la morte di sua madre, avvenuta durante la sua infanzia, scelse la Vergine Maria come sua unica madre in questo mondo. Aveva anche una grande devozione per il Sacro Cuore di Gesù, ed una venerazione particolare per San Giuseppe, al quale offriva molte novene, secondo l’intenzione delle persone che le chiedevano di pregare per loro. La sua devozione per la Passione di Cristo fu talmente grande, che è difficile descriverla. Prima di essere paralizzata, faceva la Via Crucis ogni venerdì.
Da Mariamita, era dolce, ben educata, affettuosa e molto attaccata alle sue allieve. Come religiosa, era obbediente e ripeteva sempre: “Dio mi parla attraverso i miei superiori”. La sua castità era perfetta e tutti erano attirati dalla sua modestia e dal suo pudore. Aveva una bella voce ed era una giovane molto bella. Da suora e religiosa, conservava la sua bellezza e la sua freschezza. Era modesta, non si lamentava mai e non domandava niente per sé. La sua pazienza oltrepassava tutti i limiti. Diceva sempre: “Domandate a Dio la grazia di essere pazienti per condividere la passione di Gesù”. Paralizzata e cieca per 17 anni, era sempre piacevole e la sua compagnia era attraente perché la sua sottomissione alla Divina Provvidenza era quasi leggendaria. Ripeteva sempre: “Che la volontà di Dio sia fatta”. Diceva: “Se Dio sposta e rompe le mie ossa, che la Sua volontà sia fatta”. In poche parole, suor Rafqa era una religiosa pia ed una buona suora virtuosa.
 
    Le grazie ed i miracoli
 
L’uomo di Dio non è capace di far niente da sé stesso, ma solo se Dio lo vuole, perché è intimamente unito a Lui, in modo tale che le sue idee sono ispirate da Dio e le sue azioni si accordano con l'agire di Dio.
Se l’uomo di Dio fa un miracolo, o un qualche atto straordinario, non è lui che lo fa; è Dio stesso che compie quell’atto per suo mezzo. Dio fà miracoli ed altri atti straordinari attraverso l’intercessione dei Suoi servitori fedeli perchè vuole vedere altri mortali seguire quegli esempi. Il miracolo si produce, non soltanto per il bene di colui che lo riceve, ma anche per il bene comune dell’umanità. Ogni miracolo o atto straordinario manifesta, ancora una volta, l’esistenza di Dio, la fedeltà alla vocazione, qualunque essa sia, del servitore di Dio divenendo questo il modello a cui inspirarsi per tutti gli altri mortali.
Suor Rafqa di Himlaya fu, per tutta la sua vita, una serva fedele a Dio. Lavorava sempre faticosamente per essere fra i veri apostoli di Cristo. I miracoli di Dio, compiuti per sua intercessione, ne sono una prova.
Prima di tutto, la sua vita in questo mondo rappresentava di per sè un vero miracolo. Come ha potuto sopportare tutte quelle sofferenze e raggiungere gli ottantadue anni? Il giorno del Corpus Domini, festa del Santissimo Sacramento, mentre i fedeli facevano l’adorazione del Santissimo Sacramento in chiesa, suor Rafqa che avrebbe voluto, con tutto il cuore, partecipare con la sua comunità a questo atto d'adorazione; abbandonò il suo letto, nessuno sa come, trascinandosi fino alla cappella. I presenti, vedendola, furono atterriti e sorpresi sapendo che il dolore che l'attanagliava la costringeva a non potersi muovere da sola dal letto.
Altri fatti straordinari ebbero luogo durante la sua vita. Un giorno, due suore la spogliarono, secondo l’abitudine. Suor Rafqa domandò se tutti avevano lasciato la stanza, compresa la superiora. Non poteva sapere chi c'era, essendo cieca. Le due suore incaricate di occuparsi di lei dissero che non c’era più nessuno, ma la superiora, era là, perché voleva vedere la terribile ferita sulla sua schiena. Suor Rafqa non voleva che la superiora la vedesse senza vestiti, poiché aveva molto rispetto per lei e si sentiva timida in sua presenza. Disse, allora: “Non mentitemi. La mia madre superiora è qui; sento la sua presenza”. A quel punto, la superiora le disse: “Sì, sorella, sono qui, sono qui. Lasciami vedere il tuo corpo”; davanti all’obbedienza monastica, suor Rafqa non mostrò alcuna opposizione, e rispose alla superiora: “Madre, che questo corpo corruttibile perisca, affinché i vermi non ne facciano il loro nutrimento”.
L'episodio legato a suor Ursula, la superiora, che la nostra santa amava ed ammirava molto. Il suo affetto per la sua superiora era conforme alla regola ed alle Costituzioni dell’Ordine Libanese Maronita, che dicono espressamente: “Il religioso o la religiosa devono mostrare al superiore tutto l’onore e l’amore”. Un giorno, la superiora disse a Rafqa, che soffriva molto a causa della perdita della vista e della paralisi: “Sorella, cosa desideresti di più su questa terra? Vedere?”. Rafqa rispose: “Sì, vorrei recuperare la vista almeno per un’ora, per vederti”. “Un’ora solamente, e ritorneresti cieca?”, disse la superiora sorridendo. “Sì”, rispose. Durante la conversazione, la superiora e le altre suore le videro un sorriso. Raggiante di gioia, gridò: “Ci vedo! Dio sia lodato”. Quindi, disse loro cosa si trovava sull’armadio e mostrò col dito alcune macchie rosse sulla coperta del letto. Poi, si addormentò tranquillamente e profondamente per due ore.
Dopo la sua morte, sulla sua tomba, si verificò lo stesso fenomeno che su quella di San Charbel. Una luce splendente brillava sulla tomba di Rafqa, poi spariva. Certe persone che vivevano nei villaggi vicini al monastero di San Giuseppe di Jrapta videro quel fenomeno. Dorgham al-Khoury Khaïrallah dice: “Ho visto quella luce a due riprese, durante due notti. A causa di quella luce, ho visto le foglie della quercia che stava davanti alla sua tomba”.
I miracoli che Dio fece per intercessione di Santa Rafqa si verificarono quando i malati presero un po’ di terra dalla sua tomba, la disciolsero nell’acqua e la bevvero, oppure la misero sulla parte malata del loro corpo. Il primo miracolo di questo tipo ebbe luogo nel monastero stesso di San Giuseppe di Jrapta, e fu a beneficio della madre superiora. Per sette anni, suor Ursula Doumit soffrì di una ciste, che aveva cominciato a manifestarsi nel collo, sotto il mento, ed aveva le dimensioni di una nocciola. I medici le avevano prescritto di medicarla con lo iodio, ma inutilmente. La ciste si ingrandì e procurando dolore e fastidio, a suor Ursula, al punto da renderle difficile la deglutazione. Quattro giorni dopo la sepoltura di suor Rafqa, questa ciste fece venire la febbre alla superiora. Durante la notte, suor Ursula dormiva profondamente, quando si rese conto che qualcuno bussava alla sua porta. Una voce le disse: “Prendi un po’ di terra dalla tomba di Rafqa e mettila sulla tua gola”. Al mattino, si accertò che nessuna delle altre suore era andata a disturbarla durante la notte. Era sicura che quella voce veniva da lontano. Allora si alzò, ed andò alla tomba di Rafqa; prese un pugno di terra e la mescolò con un pò d’acqua e la mise sulla ciste. Immediatamente, poté bere un bicchiere di latte senza nessuna difficoltà. Si toccò, quindi, la gola e non trovò alcuna traccia della ciste. Era stata completamente guarita.
Qualche giorno dopo la morte di suor Rafqa, un uomo di nome Chahine al-Farrane, di Sghâr, vicino a Jrapta, venne al monastero. Era un buon cristiano, che aveva appena i mezzi sufficienti alla sopravvivenza. Era sconvolto e tremava. Disse alla superiora: “Mia figlia Madeline ha la febbre tifoide da otto giorni. Il suo corpo è caldissimo ed ha perduto conoscenza. Le ho dato qualche medicina, ma inutilmente. L’ho lasciata molto malata, addirittura agonizzante. Vi domando, Madre, di darmi i soldi per pagare il medico”. La superiora si commosse e, per calmare l’uomo e risparmiargli di spendere, gli consigliò di prendere un po’ di terra dalla tomba di suor Rafqa, che Chahine aveva conosciuta da viva come una santa. Egli prese un pò di terra dalla tomba della Santa, la mescolò con acqua, e la diede da bere alla figlia, appena finito di bere cominciò a sudare abbondantemente, e la febbre sparì. Era completamente guarita. Il giorno dopo, riprese il suo lavoro come bambinaia.
Mariam, la sorella della superiora del monastero, nata a Ma’ad e sposata nel villaggio di Sghâr, soffriva di un dolore lancinante alla spalla sinistra, da sette anni. A causa del dolore, non poteva portare la mano sinistra sul viso o sulla testa, se non aiutandola con la mano destra. Le fu portata un pò di terra dalla tomba di Santa Rafqa. La mescolò con acqua, ne bevve un pò e si massaggiò la spalla col resto; fu così che si sentì guarita e poté muovere il braccio sinistro senza alcun dolore. L’indomani mattina, andò al monastero per ringraziare Santa Rafqa. Fu molto contenta di essere stata privilegiata con quella grazia. Lasciò, allora, un flacone d’olio al monastero. Disse: “Quest’olio sarà bruciato davanti al Santissimo Sacramento, come azione di grazia”.
Padre Marcos al-Ma?adi aveva conosciuto Santa Rafqa quand’era cappellano della cappella del monastero San Giuseppe a Jrapta. Sulla guancia destra, aveva un tumore grosso come un uovo. Lo aveva da diciannove anni. Poi, il tumore peggiorò, ed i medici non poterono far nulla. Un giorno, recandosi al monastero di San Giuseppe, andò alla tomba di Santa Rafqa e le disse: “Non ti ricordi del mio lavoro qui, nel vostro monastero? Guardami, adesso, con questa malattia inguaribile: aiutami”. Prese un pò di terra dalla tomba e si massaggiò il tumore. La notte, un liquido misto a pus uscì dal tumore. L’indomani mattina, il tumore era sparito, senza aver lasciato alcuna traccia. Era guarito! Disse: “Sono assolutamente convinto che è suor Rafqa che mi ha guarito”.
Bisogna notare, a questo riguardo, che alcuni medici cercarono di esaminare in laboratorio la terra che i fedeli avevano preso dalla tomba della Santa. Cercarono di scoprire e di spiegare la sua efficacia nel guarire le malattie. Avevano cattive intenzioni? Non si sa. Quel che è sicuro, è che arrivarono alla conclusione che la terra della tomba era identica a quella che si trova in tutte le montagne libanesi. La sola differenza era che quella terra era più vicina alla tomba della nostra Santa.
Si legge nell’archivio del monastero di San Giuseppe di Jrapta che molte guarigioni avvennero per intercessione di suor Rafqa. Menzioneremo qui un'altro miracolo: la guarigione di Sabàt (Elisabetta) Hanna Gerges, di Turza, nel nord del Libano. Nel 1936, cominciò ad avere forti dolori a causa di un’emorragia nell’utero. Fu portata da vari medici e sottoposta ad una cura all’ospedale Hôtel-Dieu di Beyrouth. I medici conclusero che aveva un cancro all’utero, senza alcuna possibilità di guarigione. Dissero alla famiglia di riportarla a casa, perché non morisse all’ospedale, era allo stadio terminale ed avevano paura che morisse prima di arrivare al villaggio di Turza. Lungo la strada, lei chiese l’intercessione di Santa Rafqa e chiese di visitare la sua tomba. Raggiunse, allora, il monastero di San Giuseppe e vi passò la notte. L’emorragia diminuì immediatamente e la donna guarì in breve tempo, mangiò e si riprese completamente. Visse altri trent’anni dopo questa guarigione miracolosa.
 
    Beatificazione
 
La Causa di Beatificazione di suor Rafqa fu presentata a Roma nel 1926. Il 10 giugno 1968, il Papa Paolo VI promulgò il decreto per l’introduzione della Causa. Fu così che divenne “Serva di Dio”. L’11 febbraio 1982, anniversario dell’apparizione della Madonna di Lourdes, il Papa Giovanni Paolo II riconobbe l’eroicità delle sue virtù ed essa divenne “Venerabile”. Dopo la presentazione del dossier sui miracoli che Dio aveva accordato per sua intercessione, il Sovrano Pontefice riconobbe, il 9 luglio 1982, la veridicità e l’autenticità del miracolo che era stato esaminato e presentato. Era la guarigione miracolosa dal cancro di Sabàt Hanna Gerges di Turza.
La Beatificazione ebbe luogo il 17 novembre 1985, durante la Messa che il Papa Giovanni Paolo II celebrò nella basilica di San Pietro in Vaticano. Egli dichiarò suor Rafqa (Rebecca) al-Choboq al-Rayes Beata nella Chiesa di Cristo. Questo evento fu un grande onore per la Chiesa Orientale Maronita, che si ritiene sempre Romana, Cattolica ed Apostolica. Ho partecipato a questo evento indimenticabile come postulatore della Causa.
 
    Canonizzazione
 
La Beata Rafqa fu canonizzata e dichiarata Santa per la Chiesa universale, a Roma, nella basilica di San Pietro, dal Papa Giovanni Paolo II, il 10 giugno 2001.
 
    Messaggio
 
Sono novantasette anni da quando la nostra Santa morì, all’età di ottantadue anni. È morta, ma il suo esempio è sempre vivo in noi ed in particolare lo è stato durante i momenti difficili che il popolo Libanese ha vissuto a causa della guerra che durò dal 1975 al 1990.
Il messaggio di Santa Rafqa ad ogni Libanese e ad ogni Cristiano che è nella sofferenza, si evince un messaggio di pazienza e di sottomissione totale alla Provvidenza Divina. Una persona battezzata, che sia consacrata o laica, che cerchi Gesù Cristo senza la Croce, troverà la Croce senza Gesù Cristo. La nostra Santa ci insegna che, con Cristo ed attraverso di Lui, la Croce e le molte sofferenze della vita diventano gioia e felicità.
Quale onore per il Libano! San CHARBEL, Santa RAFQA, San NIMATÙLLA ed il Beato ESTEPHÀN: “quattro belle figure di Santità” della Chiesa di Cristo. Hanno proclamato al mondo intero che la terra dei Maroniti è una terra fertile di santità e che il Libano è, e resterà sempre, una TERRA SANTA.
 
 
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