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Ordine Libanese Maronita
Ordine Libanese maronita: un ordine proveniente dal Libano facendo parte della chiesa cattolica orientale, di tradizione Antiochena e di cultura siriaca. I maroniti sono un gruppo di cristiani che (...)
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San Nimutallah al Hardini
 
 
    La sua origine
 
Padre Nimatùlla al-Hardini nacque nel 1808 a Hardin, un villaggio maronita nella montagna libanese, situato nel distretto di Batroun, nel Libano nord, ad un’altitudine di 1000 metri. Suo padre si chiamava Girges (Giorgio) Salhab Kassab di Hardin; sua madre, Mariam (Maria), era figlia del padre Giuseppe Raad, il parroco di Tannourin. Entrambi venivano da famiglie cristiane molto pie, ed erano attaccati alla loro religione, così come alle loro tradizioni. Conviene notare che la famiglia Kassab è originaria di Klei?ât, un villaggio maronita del distretto del Keserouan. Fu soltanto nel 1769 che il nonno paterno lasciò Klei'ât ed andò a stabilirsi ad Hardin, villaggio natale di sua moglie
Quando fu battezzato, il nostro San Nimatùlla ricevette il nome di suo nonno, Youssef (Giuseppe). Era il quarto figlio di una famiglia composta di cinque maschi e due femmine. Il maggiore, ‘Assaf; il quarto Yacub (Giacomo), e la più giovane, Mariam, si sono sposati ed i loro discendenti esistono ancora. Il secondo, Antonios (Antonio), era un sacerdote diocesano sposato. Nella Chiesa maronita, come in tutte le Chiese orientali, gli uomini sposati possono diventare sacerdoti e, al tempo stesso, continuare la loro vita coniugale, purché il ministero parrocchiale sia garantito. Una volta, però, che un uomo è stato ordinato diacono o sacerdote, non può più sposarsi.
Il terzo figlio, Elias, entrò nell’Ordine Libanese Maronita nel 1816 e prese il nome di padre Eliseo. Fu ordinato prete nel 1823, ed autorizzato a diventare eremita nel 1829. Rimase nel suo eremo fino alla morte, il 13 febbraio 1875. La quinta figlia, Msihieh (Cristiana), si fece religiosa nel monastero di San Giovanni Battista a Hrach: su sette figli, due divennero monaci e sacerdoti, una, religiosa, ed uno sacerdote diocesano. Si può dire che quella famiglia fu un terreno fertile per le vocazioni!
Il nostro “piccolo Giuseppe” fu allevato in un’atmosfera di fede, di pietà e di onestà. Fin dall’infanzia mostrò la devozione e la sua costante presenza alla Messa; era timido e fuggiva la compagnia degli altri. Quando portava le mucche al pascolo con gli amici, domandava ad uno di loro di sorvegliare le sue mucche per un po’ di tempo: allora, si eclissava, ed andava in una grotta dov’era una capella dedicata a San Giovanni; là si inginocchiava e pregava.
Poiché, a Hardin, non c’era una scuola, suo padre lo mandò per iniziare gli studi nel monastero di Sant’Antonio di Houb, a Tannourin, il villaggio natale di sua madre, distante soltanto qualche chilometro da Hardin.
Come ad Hardin, anche alla scuola di Houb, a Tannourin, Giuseppe fu conosciuto per la sua calma e la sua devozione. Non era mai rumoroso, non disturbava nessuno. Tutti lo amavano, ed egli amava pregare.
 
    
    La vocazione monastica
 
Fin dall’infanzia, Giuseppe sentì la vocazione alla vita monastica. Diversi fattori lo aiutarono a prendere coscienza della chiamata di Dio alla quale dovette rispondere. Citiamo, come esempi, i suoi genitori ed i suoi fratelli, che si sforzarono di “vivere nel timor di Dio”, così come la vita dei monaci nel monastero di Sant’Antonio di Houb e la determinazione di suo fratello, padre Eliseo, nella ricerca della perfezione, fin dall’età di diciassette anni. Tutti questi fattori ebbero un grande impatto su di lui: cresceva e si faceva sempre più forte in lui la voce del Signore…: una voce che gli chiedeva di abbandonare questo mondo. Quando ebbe l’età di venti anni lasciò la casa dei suoi genitori per consacrarsi alla vita monastica. Fu accolto come novizio nel monastero di Sant’Antonio di Qozhaya, all’inizio del mese di novembre 1828, e prese il nome di fratel Nimatùlla (che significa, “Grazia di Dio”). Quando ebbe terminato il secondo anno di noviziato, ricevette l’abito monastico e fece la professione solenne il 14 novembre 1830, consacrandosi totalmente e definitivamente a Dio. Siccome era qualificato per gli studi ed adatto al sacerdozio, fu inviato al monastero di San Cipriano di Kfifan, nel distretto di Batroun, dove si trovava lo scolasticato dell’Ordine Libanese Maronita, a quel tempo. Si dedicò agli studi filosofici e teologici, con un’assoluta convinzione che lo avrebbero aiutato ad unirsi ancora di più al Signore e gli avrebbero permesso di compiere meglio la sua missione di sacerdote e di religioso. Era sempre il primo fra i suoi compagni di classe, e riempiva a meraviglia i suoi obblighi come monaco ed allievo.
 
     La sua ordinazione sacerdotale e le sue attività
 
Dopo aver terminato i suoi studi con molto successo, fu ordinato sacerdote il 25 dicembre 1835.
Contrariamente a suo fratello, padre Eliseo, Nimatùlla non scelse la vita solitaria; trascorse tutta la sua vita in monastero, conducendo una vita comunitaria ed assolvendo con cura agli incarichi assegnati dall’Ordine: insegnò ai fanciulli nelle scuole di Bhorsaf e Kfifan, vicino ai monasteri che si trovavano in quei due villaggi. In seguito, divenne il direttore dei giovani monaci dell’Ordine e professore di teologia morale nel monastero di Kfifan.
Prima di diventare sacerdote, aveva lavorato come sarto per la comunità. Si dedicò anche alla rilegatura dei libri. Aveva imparato questo mestiere al monastero di Qozhaya, quando era ancora novizio, e continuò a praticarlo con abilità. Continuò ad eseguire questo tipo di lavoro manuale fino alla morte, anche quando occupava posti importanti nell’Ordine. Non rifiutò mai attività di apostolato e concernenti il suo ministero, né le richieste del padre superiore o di altri confratelli di accompagnarli. In breve, non sapeva cosa fosse la pigrizia; la sua vita quotidiana era consacrata alla preghiera ed al lavoro intellettuale, manuale o religioso
 
     La morte
 
La Santa Sede lo nominò a tre riprese assistente generale dell’Ordine. Questo posto l’obbligò a vivere nel monastero della Madonna di Tamich, che era la casa generale dell’Ordine all’epoca. Da lì, si recava regolarmente al monastero di San Cipriano di Kfifan per la rilegatura dei libri o per insegnare la teologia morale ai giovani monaci. In quello stesso monastero, nel dicembre 1858, Nimatùlla contrasse una polmonite, causata dal vento del nord; questa malattia fu così grave che le cure prescritte dai medici non pervennero a scongiurarla. In seguito a tre crisi che sopravvennero il decimo giorno della sua malattia, Nimatùlla morì, il 14 dicembre 1858, all’età di cinquant’anni. La sua vita tutta intera era stata una preparazione all’incontro con il Signore nell’altro mondo. La morte non lo spaventava in nessun modo. Al contrario, si abbandonava alla Provvidenza Divina. Prima di rendere l’anima, si alzò a sedere, fece un profondo respiro, si gettò sulla statua della Santa Vergine, che afferrò a due mani, dicendo: “O Maria, ti confido la mia anima”.
Visse da uomo di preghiera e morì da uomo di preghiera. Quando il patriarca maronita, Paolo Mass’ad, sentì la notizia della sua morte, disse quel che segue, e le sue parole furono trasmesse dalla tradizione: “Quel sacerdote ha saputo come profittare della sua vita religiosa fino alla fine”. Fu inumato al monastero di San Cipriano di Kfifan ed il corpo rimase intatto.
 
     Le virtù
 
Padre Nimatùlla al-Hardini pregava sempre, mostrando una profonda devozione alla Vergine Madre di Dio: recitava il Rosario tutti i giorni. Fu così contento, nel 1854, quando il Papa Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione!
Egli condusse sempre una vita monastica esemplare. Si faceva notare per la sua obbedienza rispettosa, la sua castità sublime, la sua povertà totale, e la sua fede solida, vivendo la speranza e la carità perfetta. Aveva una sottomissione totale alla Provvidenza Divina. L’esempio di una vita talmente santa divenne una scuola per gli altri monaci, ed anche per i laici che vivevano nei dintorni. Mentre era vivo o dopo la sua morte, la sua vita fu una norma da seguire per essere un vero monaco o un vero cristiano. Difatti, qualcuno inventò il verbo “hardana”, “Hardinizzare” in Italiano, per significare una cosa fatta alla maniera del padre al-Hardini. Molti dei suoi discepoli si sentirono inclini ad imitare il loro maestro; a seguire lo stesso cammino di santità. Fra di loro si possono citare: San Charbel -“quale il maestro, tale il discepolo”-, canonizzato il 9 ottobre 1977; e Santa Rafqa, canonizzata il 10 giugno 2001. Questi due servitori di Dio, ognuno nel suo proprio monastero, erano ugualmente membri dell’Ordine Libanese Maronita.
Padre Nimatùlla favorì la rinascita culturale nell’Ordine Libanese Maronita. Anche se era un monaco asceta ed austero, amava la scienza ed ogni genere di cultura. Questo fatto dette più efficacia alla via di santità che egli aveva tracciato.
 
     I miracoli ed i fatti straordinari
 
Padre Nimatùlla al-Hardini era un servitore fedele di Dio. Nel corso della sua vita, fu un vero discepolo di Cristo. Per questa ragione, Dio compì, per sua mediazione, molti miracoli e concesse grazie particolari. Ciò avvenne nel corso della sua vita e dopo la sua morte.
Il primo miracolo si produsse nel monastero di Sant’Artemio (Challita) di Qottarah. “Mi ricordo” – dice Tannous al-Chidiaq – “un fatto importante che non dimenticherò mai. Un giorno, il fratello incaricato della dispensa disse al superiore, padre Bernardo di Aitou: «Fra poco dovrete partecipare al Capitolo Generale e le provviste del monastero sono insufficienti». Il superiore andò nella dispensa, esaminò il barile del grano e vide che era mezzo vuoto. Lo stesso, per le altre provviste. Tornò dopo un po’ con padre al-Hardini, che rimase sulla soglia; asperse la dispensa con acqua benedetta dal padre al-Hardini, e uscirono. Poco tempo dopo, il fratello incaricato della dispensa si mise a gridare di gioia e di ammirazione: «Il barile è pieno di grano da scoppiare». Tutta la comunità si diresse in dispensa col superiore per vedere quel che accadeva. Verificarono che il fratello incaricato della dispensa aveva ragione e glorificarono Dio. Quel giorno, ho visto con i miei propri occhi tutti i monaci del monastero pieni di ammirazione e di gioia, davanti ai miracoli che Dio aveva compiuto in quel monastero, per intercessione di padre al-Hardini”. Il testimone che racconta questo aveva undici anni, quando accaddero questi fatti nel monastero di Qottarah.
Fratel Maroun al-Mayfouqi raccontò che, un giorno, mentre egli accendeva un fuoco, padre Nimatùlla al-Hardini gli si avvicinò: «Fratel Maroun, perché accendi questo fuoco?». «Per allontanare le formiche innumerevoli che portano via il grano», egli rispose. Padre al-Hardini gli disse: «Seguimi al monastero», e fratel Maroun lo seguì. Padre al-Hardini benedisse dell’acqua, e gli disse: «Aspergi con quest’acqua benedetta il grano ed i formicai». Il giorno dopo, fratel Maroun notò che le formiche non portavano che le erbacce nei formicai. Il monaco, esterrefatto, raccontò questo fatto straordinario al padre Nimatùlla al-Hardini che gli chiese di non divulgarlo.
Un giorno, il pastore del gregge di capre del monastero di San Cipriano di Kfifan andò a domandare al padre al-Hardini di benedire una certa quantità di acqua, senza spiegargli la ragione. «Una delle capre è malata?», domandò il padre. In effetti, una delle capre era molto malata, anzi, agonizzante. L’animale malato, appena il pastore l’ebbe asperso con l’acqua benedetta, si levò e si mise a pascolare col resto del gregge.
Dopo la morte, i favori ed i fatti straordinari che accaddero, ai Cristiani ed ai Musulmani, per intercessione del nostro Santo, furono numerosi. Citeremo alcuni dei miracoli che procurarono molta ammirazione e dei quali si parla fino ad oggi.
Una donna sterile drusa fece una promessa: se le fosse nato un figlio maschio, lo avrebbe portato in visita alla tomba del “Santo di Kfifan”. Promise anche di battezzarlo senza che suo marito lo sapesse. Il suo voto fu esaudito e, un giorno, andò a visitare la tomba di padre al-Hardini a Kfifan. Lungo la strada, era inquieta, perché aveva paura di confessare a suo marito la storia della promessa di battezzare il suo neonato. All’improvviso, sul ponte di Madfoun, che dista circa tre ore di cammino a piedi dal monastero di Kfifan, ella notò che suo figlio era immobile. Lo scosse a più riprese, ma invano: il bambino era come un cadavere freddo. Spaventata, non disse niente a suo marito…arrivata a Kfifan, prese suo figlio e lo depose vicino alla tomba di padre al-Hardini, e sola, lontano da lui, si mise a piangere. Era molto spaventata, temendo che suo marito la punisse, a causa del voto che aveva fatto e che avrebbe potuto essere la causa della perdita del loro unico figlio. Tuttavia, ella aveva una grande fiducia in padre al-Hardini. Piangeva di paura e di speranza. Una volta di più, il suo voto fu esaudito: suo figlio gridò! Un monaco del monastero uscì e disse alla madre: «Vieni a prendere tuo figlio perché piange». Ella rispose: «Ma come?!». Corse e trovò suo figlio che piangeva; lo prese in braccio e disse: «Mio figlio era morto quando eravamo vicino alla riva del mare, ed ora è resuscitato». E cominciò ad applaudire in modo tale che tutto il monastero venne a vedere che cosa stava accadendo. La raggiunsero per glorificare e ringraziare Dio. Suo marito ed i membri della famiglia che li accompagnavano, come pure i monaci, la sentirono parlare del voto che aveva fatto, e suo marito accettò subito di battezzare il bambino.
Mariam Sem’an Bou-Antoun era di Deria, villaggio situato vicino al monastero di Kfifan. Lavorava come lavandaia al monastero. Aveva conosciuto padre al-Hardini da bambina. Aveva anche visto il suo corpo intatto, quando era stata aperta la tomba. Quando era ancora una ragazza giovane, aveva avuto una malattia agli occhi, e ben presto perse la vista; allora, piangendo a causa della sua malattia, si ricordò che Dio aveva fatto vari miracoli per l’intermediario del suo vicino, il padre Nimatùlla al-Hardini. Un pomeriggio, domandò a suo padre: «Papà, hai un po’ di denaro? ». Erano poveri come la vedova del Vangelo che aveva una sola dracma da offrire (Lc 21, 1-4). «Sì», rispose il padre, «ho una piccola somma di denaro. Di cosa hai bisogno?». Rispose : «Voglio offrirla al Santo al-Hardini perché mi guarisca gli occhi». Il padre le disse: «Con piacere!». Ella pregò e si addormentò. Il giorno dopo, quando si svegliò, ci vedeva bene: «I miei occhi brillano come un diamante…65 anni sono passati e non ho più niente», ella disse.
Un uomo cieco, che aveva nome Moussa Saliba al-Bteghrini, di rito greco ortodosso, fu testimone di un simile fatto miracoloso. Un giorno, si trovava al monastero di Kfifan, dove suo figlio l’aveva accompagnato. Entrò nella cappella dove il corpo del nostro Santo era esposto in una bara, e vi restò qualche istante. Non lasciò il monastero che dopo aver recuperato la vista.
Sua Eccellenza l’arcivescovo maronita di San Giovanni d’Acri, Monsignor Giuseppe al-Khazen, ci disse ciò che segue: “La mia defunta madre vedeva bene da un occhio solo. Fu vittima di una congiuntivite che le fece perdere completamente la vista nell’occhio dal quale vedeva bene, e lo coprì di un velo. Soffriva ugualmente per un dolore intenso; fece numerose cure, ma invano. La sua situazione mi faceva pena. Un pomeriggio, quando il dolore si fece molto forte, ricorse al servo di Dio, padre Nimatùlla al-Hardini, conosciuto per la sua santità ed i suoi miracoli. Piena di fede, gli domandò di guarirle gli occhi. Prese la catena che aveva al collo – non mi ricordo se era d’argento o d’oro – e disse al Santo: «Se mi guarisci, visiterò la tua tomba e ti offrirò questa catena, come offerta di gratitudine». Dopo questa promessa, si addormentò. Disse poi che aveva visto un monaco che le toccò la testa e le disse: «Stai tranquilla, figlia mia, il tuo occhio sarà completamente guarito». Il giorno dopo, ci disse con grande gioia che al-Hardini le era apparso e le aveva annunciato che sarebbe stata guarita. Sembrava sicura del risultato, e, effettivamente, dopo un certo tempo, fu completamente risanata. Non passò molto tempo, che andò con mio fratello a Kfifan per adempiere alla sua promessa al padre al-Hardini, per ringraziarlo di questo grande favore”.
Altri malati presero un po’ del fango della tomba, lo mescolarono con acqua e si sentirono completamente guariti da malattie gravi, come la malaria. Tuttavia, il più grande miracolo che possiamo attribuire al padre Nimatùlla al-Hardini è il risveglio di molte coscienze. Restituì certamente la vista a molte persone che l’avevano perduta, ma anche aprì gli occhi dei confratelli e quelli dei fedeli, affinché potessero vedere il cammino che ogni monaco ed ogni cristiano deve seguire per essere un vero discepolo di Cristo. La sua propria vita fu un vero miracolo, secondo molti testimoni dell’epoca. Grazie al Santo al-Hardini, molti Cristiani divennero più strettamente uniti a Dio: senza dubbio, questo fu un miracolo veramente grande del nostro Santo; così grande che gli effetti non sono diminuiti. Tutti quelli che lo conobbero in vita dicono quel che segue: “era un santo in vita, come lo è dopo la sua morte!”.
L’ultimo miracolo degno di nota fu quello di Andrea Najem, un libanese di rito greco-cattolico, che era vittima della leucemia e che guarì. È un fatto molto curioso.
In breve, la sua vita, da monaco pio e virtuoso, e la conservazione del suo corpo, furono segni della sua santità. Ancora ai nostri giorni, i fedeli, ricchi o poveri, di alta condizione sociale o semplici, si precipitano alla sua tomba per domandare un favore o un rimedio. Ed i miracoli sono innumerevoli.
 
     Beatificazione
 
La causa di Beatificazione fu presentata nel 1926, contemporaneamente a quelle di San Charbel e di Santa Rafqa.
L’8 settembre 1989, festa della Natività della Madonna, il Papa Giovanni Paolo II riconobbe l’eroicità delle sue virtù. In questo modo, divenne Venerabile.
Il 7 luglio 1997, il decreto sull’autenticità del miracolo in favore del devoto Andrea Najem, fu promulgato. La cerimonia della Beatificazione solenne ebbe luogo il 10 maggio 1998, per commemorare il primo anniversario della visita del Santo Padre in Libano, il 10 maggio 1997. Fu una visita storica ed indimenticabile.
La Beatificazione fu una grande festa, in Vaticano come in Libano. Molti Libanesi si recarono a Roma, per partecipare a questo evento. Vennero da 23 paesi e dai 5 continenti. Citiamo, fra loro, il patriarca maronita, Sua Eminenza Nasrallah Pietro Cardinale Sfeir, Patriarca d’Antiochia e di tutto l’Oriente, e Sua Eccellenza il Presidente della Repubblica libanese, Elias Hraoui, ed altre personalità ecclesiastiche e civili. Durante la Messa ebbi l’onore, con altri prelati maroniti, di concelebrare con il Santo Padre Giovanni Paolo II.
Professore di teologia di San Charbel, promotore della rinascita culturale nel suo Ordine, il Papa Giovanni Paolo II proclamò padre Nimatùlla al-Hardini Beato nella Chiesa di Cristo, il 10 maggio 1998.
 
     Canonizzazione
 
Il Beato Nimatùlla al-Hardini fu canonizzato e proclamato Santo per la Chiesa universale, a Roma, nella basilica di San Pietro, dal Papa Giovanni Paolo II, il 16 maggio 2004.
È un onore, non soltanto per il suo Ordine, ma anche per il Libano, per tutto il Medio Oriente, e, in particolare, per la Chiesa maronita.
 
     Messaggio
 
Il messaggio del nostro Santo è quello di un monaco che fu sempre fedele alla sua vocazione, e di un cristiano che cerca ogni giorno di essere unito a Cristo.
Abbiamo scelto alcuni testi estratti dalle sue parole e dai suoi consigli:
1. “Il monaco, nel suo monastero, è come un re sul suo trono. Il suo regno è il suo Ordine; il suo esercito sono i suoi confratelli; la sua gloria è la sua virtù; la sua corona è l’amore per Dio e per il suo Ordine; il suo seguito è composto dalla sua castità e dalla sua purezza; le sue armi sono la sua povertà, la sua obbedienza e le sue preghiere; il suo mantello di porpora è rappresentato dalla sua umiltà e dalla sua abnegazione”.
2. “Non è permesso, al monaco di agire o di vivere secondo i suoi propri desideri, o secondo il suo proprio carattere, o i suoi propri criteri. La sua preoccupazione principale dovrebbe essere, giorno e notte, di non ferire o affliggere mai i suoi confratelli”.
3. “Lungo il cammino della sua vita e col suo comportamento, il monaco deve essere sempre attento a non offendere gli altri”.
4. “Non è giusto d’insistere con rigidezza affinché sia evitato ciò che potrebbe essere permesso, perché questa forte pressione può provocare un’esplosione”.
In breve, si può dire che tutte le persone avvedute adottano una massima o uno slogan che forma un punto fermo nella loro vita. La massima di padre Nimatùlla al-Hardini è importante per tutte le persone battezzate; è uno slogan semplice e significativo al tempo stesso: “Il saggio è colui che sa molto bene come salvare la propria anima”.
Che Dio, Nostro Signore, per la sua bontà immensa e per intercessione del nostro Santo libanese maronita, al-Hardini, ci accordi la grazia suprema di salvare le nostre anime con la stessa intrepidezza e determinazione. Che noi possiamo tutti insieme, e con i Santi, rallegrarci un giorno, nella felicità eterna, nella nostra Patria celeste.

 

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